mercoledì 26 agosto 2015

Jeff the killer

Jeff the Killer

Stralcio di un giornale locale:

MINACCIOSO ASSASSINO SCONOSCIUTO È ANCORA A PIEDE LIBERO

Dopo settimane di assassinii il killer è ancora all’opera. Dopo alcune ricerche è stato trovato un ragazzo che afferma di essere sopravvissuto a un attacco del killer. Coraggiosamente ci racconta la sua storia.
«Stavo facendo un brutto sogno e mi sono svegliato nel mezzo della notte» dice il ragazzo «ho notato che, per qualche motivo, la finestra era aperta, anche se ricordavo perfettamente di averla chiusa quando sono andato a letto. Mi sono alzato e l’ho richiusa ancora una volta. Quindi mi sono letteralmente arrampicato sul letto e sono tornato a dormire.
È stato in quel momento che ho sentito una strana sensazione, come se qualcuno mi stesse guardando. Mi sono guardato intorno e per poco non saltavo fuori dal letto. Nel raggio di luce che filtrava dalla tende c’erano un paio di occhi. Non erano occhi normali, erano scuri e minacciosi. Cerchiati di nero e... mi facevano estremamente paura. Poi ho visto la bocca. Un largo, orrendo, sorriso che mi fece rizzare ogni pelo del corpo. la figura stava lì, e mi guardava. Infine, dopo quello che sembrò un tempo infinito, pronunciò una sola frase. Una frase semplice, ma detta come solo un pazzo potrebbe fare.
Disse: “Torna a dormire.”
Urlai e, forse, fu quello che lo fece muovere verso di me. Tirò fuori da non so dove un coltello e me lo puntò al cuore. Combattei, provai a respingerlo con pugni e calci. Rotolai sulla schiena nel tentativo di levarmelo di dosso. Fu in quel momento che entrò mio padre, impugnando la sua pistola. Mirò all’uomo, ma prima che potesse premere il grilletto, quello scivolò di lato e lanciò il coltello in direzione di mio padre. lo colpì alla spalla e lui lasciò cadere la pistola. Probabilmente, se un nostro vicino non avesse chiamato la polizia, l’uomo avrebbe finito a coltellate mio padre.
Gli agenti entrarono di corsa nel cortile, ma l’uomo li sentì prima che potessero raggiungere l’ingresso, perciò si voltò e corse in soggiorno.
Sentimmo un forte colpo, come di vetri rotti. Quando corsi fuori dalla mia stanza, vidi la finestra che dava sul retro a pezzi. Mi avvicinai velocemente, in tempo per scorgere l’uomo che svaniva in lontananza. Non dimenticherò mai quella faccia. Gli occhi malefici e freddi, il sorriso psicotico. Non lasceranno mai la mia mente.»
La polizia è ancora sulle tracce del criminale. Se vedete qualcuno che corrisponde alla descrizione, contattate i dipartimento di polizia locale.
***
Jeff e la sua famiglia si erano appena trasferiti in un nuovo quartiere. Suo padre aveva ricevuto una promozione e quindi i suoi genitori decisero che sarebbe stato meglio vivere in un quartiere più vicino all’ufficio del padre. Jeff e suo fratello Liu non poterono opporsi. Una nuova, bellissima casa. Che non sarebbero riusciti ad amare. Mentre stavano disfacendo i bagagli, arrivò una loro vicina di casa.
«Salve» disse lei «sono Barbera, abito oltre la strada, di fronte a voi. Volevo solo presentare solo me e mio figlio.» Si girò e chiamò il ragazzo. «Billy, questi sono i nostri nuovi vicini.»
Billy sussurrò un timido “ciao” e scappò a giocare nel suo giradino.
«Bene,» disse la madre di Jeff «io sono Margaret, e questo è mio marito Peter, e loro sono i miei figli, Jeff e Liu.»
Si presentarono anche loro, e Barbera li invitò al compleanno di suo figlio. Jeff e Liu stavano per obiettare, quando Margaret li precedette, dicendo a Barbera che sarebbero andati con piacere. Quando terminarono di disfare i bagagli, Jeff andò verso sua madre per protestare.
«Mamma, perché hai accettato l’invito al compleanno di quel bambino? Se non l’hai notato non sono più un bambino a cui piace giocare con le macchinine!»
«Jeff,» rispose sua madre « ci siamo appena trasferiti, dobbiamo dimostrare di essere disposti a trascorrere un po’ di tempo con i vicini. Quindi noi andremo a quel compleanno, e la discussione finisce qui.»
Jeff fece per dire qualcosa, ma si fermò prima che qualsiasi suono gli potesse uscire dalla bocca, sapendo di non poter fare nulla. Quando sua madre decideva qualcosa, era inutile ribattere. Si rifugiò in camera e si abbandonò sul letto.
Era lì, che guardava il soffitto, quando improvvisamente si sentì invaso da una strana sensazione. Non era dolore... Era solo una strana sensazione. Non se ne curò considerandola solo una cosa passeggera. Udì sua madre chiamarlo dal soggiorno e uscì dalla stanza per andare a prendere le sue cose.
Il giorno seguente Jeff scese mollemente dalle scale per fare colazione e prepararsi per la scuola. Quando si sedette al tavolo, provò nuovamente quella sensazione. Questa volta era più intensa ed ebbe un leggero dolore al petto, anche stavolta non vi diede peso, riconducendo quella sensazione al fatto di essersi svegliato troppo presto. Lui e Liu, finita la colazione, si diressero alla fermata dell’autobus.
Si sedettero per aspettare il mezzo di trasporto, quando improvvisamente un gruppetto di ragazzi con lo skateboard volò sopra di loro, a un pelo dalle loro teste. Tutti e due fecero un salto per la sorpresa.
«Ehi! Ma che divolo...?»
I ragazzi atterrarono agilmente e si girarono a guardarli. Uno di loro, forse il capo, diede un colpetto allo skate col piede e quello gli saltò in mano. Sembrava avere dodici anni, circa un anno più piccolo di Jeff.
«Bene, bene, bene. Sembra che abbiamo della carne fresca.»
Altri due ragazzi raggiunsero il gruppo. Uno era magrissimo, l’altro enorme.
«Bene, visto che siete nuovi, vorrei presentarvi agli altri. Lì c’è Keith.»
Jeff e Liu guardarono il ragazzo magro. Aveva una faccia inebetita, quello che ci si aspetta da una spalla.
«E lui è Troy.»
Guardarono il ragazzo grasso, simile a una vasca di lardo. Sembrava che non facesse esercizio fisico da quando aveva imparato a gattonare.
«E io» disse il capo «sono Randy. Ora, per tutti i ragazzini del vicinato c’è un apiccola tassa per la tariffa del bus, non so se mi spiego.»
Lui si alzò, pronto a prendere a pugni il ragazzo, quando ognuno dei suoi scagnozzi tirò fuori un coltello.
«Tsk, tsk, tsk, speravo che sareste stati più cooperativi, ma sembra che dovremo usare le maniere forti.» Camminò verso Liu e gli prese il portafogli dalla tasca. Jeff sentì di nuovo quella sensazione, e stavolta era davvero forte, bruciante. Si alzò, ma Liu gli fece cenno di sedersi. Jeff lo ignorò e andò contro al ragazzo.
«Ascoltami bene, teppistello. Restituisci immediatamente il portafogli a mio fratello, altrimenti...» Senza minimamente badare a lui, Randy prese il portafogli, se lo mise in tasca e prese un coltello.
«Oh, che cosa farai?»
Quando finì la frase, Jeff gli diede un pugno sul naso. Appena Randy provò a schermarsi la faccia, Jeff gli prese il polso e glielo spezzò. Randy urlò e Jeff gli strappò il coltello dalla mano. Troy e Keith caricarono Jeff, ma egli fu troppo veloce per entrambi e gettò Randy per terra.
Keith si scagliò verso di lui, ma Jeff lo evitò e lo pugnalò al braccio. Keith lasciò il coltello e stramazzò al suolo, urlando. Si liberò poi di Troy assestandogli un pugno dritto nello stomaco, facendolo cadere. Appena impattò con il suolo, vomitò.
Liu non fece altro che guardare Jeff, stupefatto. «Jeff, come stai?» disse soltanto.
Videro  sopraggiungere l’autobus e temettero di essere accusati per quanto avvenuto. Quindi corsero più velocemente che poterono. Mentre correvano, si guardarono alle spalle e scorsero l’autista soccorrere Randy e i suoi.
Giunti a scuola, non osarono raccontare nulla di quanto accaduto. Tutto ciò che fecero fu sedersi e ascoltare. Liu pensava solo a come suo fratello aveva picchiato i ragazzi, ma Jeff sapeva che c’era dell’altro. Qualcosa di spaventoso.
La strana sensazione che aveva provato per due giorni, lo faceva sentire potente; aveva solo bisogno di far del male a qualcuno. Non gli piaceva come suonava quel pensiero, ma ammonirsi non lo rese felice.
Per il resto della giornata la sensazione non tornò.
***
Quando tornò a casa i suoi genitori gli chiesero come fosse andata la giornata, e lui rispose, con una voce un po’ inquietante: «È stata una giornata magnifica.»
La mattina seguente sentì qualcuno bussare alla porta di casa. Scese e incontrò due agenti di polizia fermi sulla porta, mentre sua madre lo guardava con rabbia.
«Jeff, questi due agenti mi hanno detto che hai attaccato tre ragazzini e li hai accoltellati. Accoltellati, Jeff!»
Jeff puntò lo sguardo al pavimento, dimostrando tacitamente la propria colpevolezza.
«Sono stati loro a puntare il coltello contro di noi...» provò a giustificarsi.
«Figliolo» disse un agente «Ci sono testimoni che hanno asserito di averti visto fuggire dal luogo dell’aggressione. Ora, che hai da dire in tua difesa?»
Jeff sapeva che era inutile parlare. Avrebbe potuto dire che i tre ragazzi li avevano attaccati per primi e lui si era solo difeso, ma era la sua parola contro quella dei teppisti e gli eventi ponevano lui come l’aggressore, visti i danni riportati dai tre. Non poteva fare nulla per lui e Liu.
«Chiama tuo fratello.»
«Signore, sono... sono stato io. Sono stato l’unico a picchiare quei ragazzi. Liu ha provato a trattenermi, ma non c’è riuscito.»
L’agente guardò il collega ed entrambi annuirono.
«Bene, ragazzo, sembra che un anno a Juvi...»
«Aspettate!» gridò Liu. Stringeva un coltello tra le mani e i due agenti estrassero le loro pistole, allarmati. «Sono stato io ad aggredire i ragazzi!» Si alzò le maniche rivelando tagli e lividi, a riprova che aveva lottato.
«Abbassa il coltello» gli intimò uno degli agenti. Liu gli obbedì e camminò verso i poliziotti.
«No, sono stato io, l’ho fatto io!» Jeff aveva le lacrime agli occhi.
«Non statelo a sentire, vuole solo proteggermi.» Gli agenti lo portarono alla macchina.
«Diglielo che sono stato io. Diglielo!» Insisté Jeff.
Margaret gli poggiò le mani sulle spalle. «Jeff, per favore, non mentire.» La sua voce tremolava per il pianto.
Jeff si abbandonò sul viottolo di casa e pianse a lungo.
***
Due giorni dopo non aveva ancora nessuna notizia di Liu dal carcere minorile. Nessun amico da frequentare. Niente tranne tristezza e sensi di colpa.
Questo fino a Sabato, quando Margaret lo svegliò con un grande sorriso stampato in faccia.
«Jeff, svegliati! È oggi!» Aprì le tende per fa entrare la luce in camera.
«Cosa? Cosa c’è oggi?» Chiese, stiracchiandosi.
«Ma come? Il compleanno di Billy!»
Jeff si svegliò completamente. «Stai scherzando? Non penserai che andrò ad una festa di compleanno dopo quel che...»
«Jeff, sappiamo entrambi cosa è accaduto. Ma dobbiamo guardare avanti e penso che questa festa potrebbe essere ciò che rischiarirà le nostre giornate. E ora, vestiti!” Uscì dalla stanza per andare a prepararsi a sua volta.
Jeff, combattendo contro se stesso, riuscì finalmente ad alzarsi. Mise una magli a caso e un paio di jeans e scese di sotto. Lì trovò i propri genitori, entrambi in abiti eleganti.
«Vuoi andare alla festa vestito così?» gli chiese Margaret.
Jeff non comprendeva il bisogno di indossare vestiti tanto formali per la festa di un bambino. «Siete voi che dovreste cambiarvi. Non vi sembra esagerato andarci conciati così?»
Margaret represse l’impulso di urlare e represse il suo rimprovero dietro un sorriso.
«Jeff, noi potremmo aver un po’ esagerato, ma è così che si va a una festa er fare buona impressione» tagliò corto suo padre.
Jeff sbuffò e tornò al piano disopra per cambiarsi. Nell’armadio trovò un paio di pantaloni neri e una canottiera bianca, ma, per quanto cercasse, non riusciva a trovare una camicia da abbinarci. Alla fine optò per una felpa bianca gettata su una sedia e la indossò.
«Davvero vuoi venire così?» chiesero all’unisono. Sua madre diede una scorsa all’orologio. «Oh, non c’è più tempo per cambiarsi. Andiamo e basta.»
Detto questo, spinse Jeff e Peter fuori di casa. Attraversarono la strada e si diressero alla festa. Bussarono alla porta e poco dopo apparve barbera, anche lei indossava vestiti eleganti. Una volta dentro, Jeff si accorse che c’erano solo adulti. Nemmeno un bambino.
«I ragazzi sono in giardino, Jeff. Perché non vai da loro?» gli disse Barbera.
Jeff le obbedì controvoglia. Il giardino era zeppo di bambini vestiti con costumi da cowboy e si sparavano con pistole giocattolo. Per un attimo Jeff pensò di essere finito sul set di Toy Story, o qualcosa del genere. Poi un bambino gli si avvicinò e gli porse una pistola giocattolo e un cappello da cowboy.
«Ehi, signoue! Vuoi giocaue?» gli chiese.
«Ah, no... Sono troppo vecchio per queste cose.»
Il bambino lo guardò con un faccino da bambino abbandonato. «Per favoue!» insisté.
«Ok, ok!» Mise il cappello e cominciò a sparare ai bambini. All’inizio gli sembrò tutto un terribile sogno ridicolo, ma poi iniziò a divertirsi sul serio e per la prima volta riuscì a togliersi Liu dalla mente. Così gioco con i bambini per un po’.
Finché non sentì un rumore. Il rumore di piccole ruote da skateboard.
Capì di chi si trattasse e girò la testa di scatto, appena in tempo per vedete Randy, Troy e Keith saltare oltre la staccionata con i loro skate.
Jeff buttò via la pistola giocattolo e tolse il cappello.
Randy lo guardò con odio profondo. «Ciao. Jeff, giusto?» disse. «Abbiamo un conto in sospeso.»
«Mi sembra che siamo pari. Io ti ho preso a calci e tu hai fatto mandare mio fratello in carcere.»
La faccia di Randy si contrasse in un’espressione di rabbia. «Oh, no! A me non interessa pareggiare, io voglio vincere! Potresti averci preso a calci in culo quel giorno, ma non lo farai oggi!» Detto questo, detto questo, si lanciò contro Jeff.
Caddero entrambi a terra. Randy gli tirò un pugno sul naso, e Jeff a sua volta lo afferrò al collo e gli assestò una testata. Si tolse così Randy di dosso e scattarono in piedi.
I bambini urlarono, richiamando l’attenzione dei genitori.
Troy e Keith, stavolta, non tirarono fuori dei coltelli, ma delle pistole.
(Domande lecite: ma dove sono gli adulti?)
«Nessuno si intrometta o vi facciamo saltare la testa!» gridò Troy.
Randy approfittò della disattenzione di Jeff e lo pugnalò con un coltello.
Jeff urlò e cadde in ginocchio. Randy riuscì ad assestargli tre calci, ma Jeff gli afferrò il piede e glielo torse, facendolo cadere a terra. Si rialzò e cercò di rientrare in casa per sfuggire alle pistole. Ma Troy gli bloccò la corsa.
«Serve una mano?» Tirò Jeff per il retro della felpa e lo lanciò contro la porta del patio, distruggendola. Mentre Jeff tentava di rialzarsi, venne nuovamente atterrato da un calcio.
«Forza! Combatti!» Afferrò il suo nemico e lo trascinò in cucina. Qui trovò una bottiglia di vodka e gliela ruppe in testa. «Dai, Jeff, guardami!»
Jeff guardò in alto, la faccia ricoperta di sangue.
«Io sono quello che ha mandato tuo fratello in carcere! Tutto per colpa tua!»
Jeff si rialzò lentamente, la testa intontita.
«Oh, finalmente reagisci!»
Jeff era di nuovo in piedi, completamente ricoperto di sangue. Apparve, inaspettata, la sensazione che l’aveva abbandonato per l’intera settimana.
«E cazzo! Finalmente sei in piedi!» urlò Randy poco prima di fiondarsi contro di lui.
Accadde in quel momento. Qualcosa si ruppe per sempre dentro Jeff. La sua psiche era andata, il suo pensiero razionale perduto per sempre. Tutto ciò che voleva fare ora era uccidere.
Sentì scorrere in sé una forza che non credeva di possedere, afferrò Randy e lo sbatté al suolo. Si mise a cavalcioni su di lui e lo colpì ripetutamente, con tutta la forza che aveva, concentrando i pugni all’altezza del cuore, bloccando così il respiro al’avversario.
Mentre Randy cercava disperatamente di respirare, Jeff aumentava la potenza dei suoi pugni. Colpo dopo colpo, Randy cominciò a tossire sangue e dopo aver preso un ultimo respiro, reclinò la testa sulla destra e morì.
Tutti guardavano Jeff. I genitori, i bambini piangenti, anche Troy e Keith. Si ripresero presto dallo shock e si preparano a sparargli. Tuttavia Jeff aveva previsto quell’azione e si fiondò sulle scale prima che i proiettili potessero raggiungerlo. Corse su per i gradini, seguito dai due. Si rinchiuse in bagno e attese che i suo aggressori terminassero i proiettili.
Quando tutto tacque, afferrò la barra di ferro su cui poggiava l’asciugamani e lo staccò dal muro.
Troy e Keith impugnavano, ora, i loro coltelli.
Troy cercò di colpire Jeff che però evitò i suoi affondi e gli spaccò il cranio con la sbarra.
Restava solo Keith. Era più agile ed evitò la prima mazzata di Jeff, ma perse il coltello. Con una spallata, lo spinse contro il muro e dallo scaffale in alto cadde una confezione di candeggina che si sparse su entrambi. Si sentirono come se stessero andando a fuoco e si misero ad urlare. Jeff si ripulì gli occhi come meglio poté. Riprese la sbarra e la spaccò in testa a Keith.
Quello, nonostante stesse morendo dissanguato, si mise a ridere.
«Che c’è da ridere?» chiese Jeff.
Keith tirò fuori dalla tasca un accendino. «Vedi... è che dopotutto... ora sei completamente ricoperto di candeggina e vodka.»
(n.b. attenzione, la candeggina non è infiammabile)
Jeff sgranò gli occhi, spaventato, e Keith gli lanciò contro l’accendino. Non appena la fiamma entrò in contatto con lui, il fuoco divampò.
La candeggina reagiva sfrigolando e corrodendo la pelle, che assumeva sempre più un colorito biancastro.
(n.b. in caso di combustione, la pelle diviene nera e non bianca)
Appena il fuoco raggiunse i capelli, Jeff lanciò un urlo. Non servì a nulla rotolarsi a terra.
Corse giù per le scale e tutti urlarono nel vedere il ragazzo in fiamme. Ma quando si accorsero che si trattava di Jeff, tentarono di aiutarlo.
L’ultima cosa che vide, prima di cadere a terra quasi morto, fu suo padre che urlava frasi incomprensibili, che sfumavano pian piano nel nulla...
***
Jeff si svegliò.
Si chiese dove fosse, non riusciva a vedere nulla, come se una benda gli coprisse gli occhi. fece per toglierla, ma una fitta lancinante lo assalì in ogni parte del corpo, riportandogli alla mente tutto l’accaduto.
Dove si trovava?
Cercò di alzarsi in piedi tra i dolori e avvertì diversi punti di sutura praticamente in tutto il corpo-
Era... era all’ospedale? Era vivo?
Qualcuno entrò nella stanza. «Non credo proprio che sia il caso di rialzarti. Ritorna a letto» disse mentre lo aiutava a distendersi.
Jeff rimase lì, senza poter vedere. Non aveva ancora idea di dove fosse esattamente.
Dopo alcune ore, venne a fargli visita sua madre.
«Tesoro, stai bene?»
Tentò di rispondere, ma la bocca rimase immobile.
«Ho una buona notizia: la polizia ha detto che Keith ha confessato. Le accuse su Liu sono cadute e l’hanno rilasciato.»
***
Nelle settimane successive Jeff fu visitato praticamente da tutta la famiglia al completo. Arrivò infine anche il giorno in cui avrebbe dovuto togliere le bende al viso, ed erano tutti presenti, per scoprire se il viso di Jeff fosse deturpato. Aspettarono con il fiato sospeso fino a quando l’ultimo lembo di benda fu tolta dal volto.
Sua madre lanciò un urlo appena lo vide. Persino suo padre e Liu rimasero di sasso.
«Si può sapere che è successo alla mia faccia?» chiese ansiosamente Jeff. Poiché nessuno gli rispondeva, si precipitò in bagno e si mise davanti allo specchio.
La sua faccia... era... diversa. Le labbra erano state bruciate, e al loro posto c’era una sottile linea rossa di carne. Il suo viso, a causa della candeggina era impallidito completamente e sbiancato a chiazze lungo la parte superiore della fronte e delle guance. Persino i suoi capelli. Lentamente si portò la mano al viso.
Al tatto era insensibile, come se stesse toccando del cuoio indurito.
«Beh...» cercò di formulare Liu «n-non è così... male...»
«Non è così male?» rispose Jeff. «È... PERFETTO!»
La sua famiglia si stupì a queste parole, mentre Jeff cominciò a ridere incontrollabile, senza riuscire a smettere.
«Jeff, stai bene?» chiese sua madre.
«Bene? BENE? Non mi sono mai sentito più perfetto in vita mia! Ahahahahah! Insomma... guarda! Guarda il mio viso! Questo... sono io! È perfetto!» e continuando a ridere si accarezzava il viso, guardandosi allo specchio.
Qualcosa era cambiato nella sua mente. non era più lo Jeff che i suoi genitori conoscevano, ma qualcosa di diverso. Ma questo nessuno poteva saperlo ancora.
Margaret prese il dottore in disparte e gli chiese: «Mio figlio è ancora a posto... capisce... mentalmente?» sussurrò.
«Suo figlio ha subito un tremendo trauma e sta cercando di accettarsi. In ogni caso, se il suo comportamento dovesse variare, la prego di riportarlo in ospedale per un test psicologico.»
Quella notte la madre di Jeff si svegliò... c’era un suono fastidioso, che proveniva dal bagno.
Pensando che Jeff o Liu si fossero sentiti male, si fiondò giù dal letto e si fermò davanti alla porta del bagno. Sembrava che qualcuno stesse piangendo, o ridendo?
Aprì lentamente la porta del bagno...
Ciò che vide fu orrendo.
Jeff era davanti allo specchio. C’erano macchie di sangue ovunque... e nell’aria un forte odore di bruciato.
All’improvviso si voltò.
Tra le mani aveva un coltello e si era inciso un lungo sorriso che si apriva da una guancia all’altra. I suoi occhi erano cerchiati di nero e sporchi di sangue.
«Jeff! C-cosa... COSA STAI FACENDO? I tuoi occhi!»
«Non riuscivo a vedere la mia faccia» rispose con naturalezza. «Ero stanco e le palpebre si chiudevano. Ora non lo faranno mai più. Le ho bruciate.»
«M-ma...»
«Ti piace il mio sorriso? Prima non riuscivo a sorridere. Faceva male dopo un po’. Faceva... male. ora sto sorridendo. Guardami.»
La madre di Jeff indietreggiò. Quella cosa davanti a lei non era più suo figlio e ne aveva paura.
Il comportamento della madre lo turbò. «Cosa c’è? Non ti piaccio? Non mi trovi bello?»
«S-sì figliolo. Lo sei» disse. «Lascia che chiami anche tuo adre, così faremo vedere la... la tua nuova faccia anche a lui!»
Corse in camera e scosse Peter che si svegliò borbottando. «Caro, presto! Svegliati! Devi ferma...» Bloccò le parole quando vide Jeff sulla soglia della stanza... con il coltello in mano.
«Stavi mentendo, mamma.»
***
Liu si svegliò di soprasalto. Si guardò intorno, aveva sentito un rumore, ma sembrava tutto tranquillo. Eppure...?
Scrollando le spalle, chiuse gli occhi e cercò di riaddormentarsi. Ad un passo dal sonno, avvertì una strana sensazione di inquietudine; era come se qualcuno lo stesse guardando.
Aprì di nuovo gli occhi e, a pochi centimetri dal proprio volto, c’era quello completamente tumefatto di Jeff. Spaventato, cercò di fuggire, ma la paura l’aveva paralizzato.
«Jeff! Io...»
Jeff gli tappò la bocca con una mano mentre con l’altra gli avvicinò il coltello alla gola.
«Shhh... Torna a dormire, Liu... Torna a dormire.»



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Nota: il racconto è disponibile su ... . Ho eseguito un leggerissimo editing sulla grammatica e cambiato la forma di alcune frasi per rendere più leggibili. La trama è intatta, noterete che in alcuni punti è inverosimile. Per quanto l’abbia cercato, il racconto originale non è disponibile.

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